Note sul gioco di una regia

 

Devo trovare una soluzione. Vorrei che le prove di questo spettacolo non finissero mai e, d’altra parte, come la mia vocazione impone, vorrei che una bella sera le mie emozioni  diventassero di pubblico dominio. Non mi stanco di ascoltare il “tango cantato” (Mascia), non mi stanco di ascoltare queste canzoni (Tenco) innervate dalla sottile e penetrante inquietudine del tango (Nidi). Ma quanto è straziante il piacere, tanto è snervante l’attesa cui questo “cantare” ti obbliga mentre aspetti qualcosa che deve accadere, ma che forse è già accaduto o chissà.

Sospeso ad una energia potenziale e vibrante che si traduce in atto solo a tratti (trattenuti) sul levare della battuta, cerco di capire dove, tra i risvolti della mia esistenza, ho già sperimentato questo tormento. E questa ricerca trova conforto e asilo nella bella storia che l’autore (Lucarelli), con leggerezza e ben documentata malizia, ha costruito attorno a quei fatti e a quei versi che forse ora possono svelare, dopo averli mascherati, i turbamenti di una vita.

Su questa indaga un personaggio semplice: un commissario di polizia senza grandi ambizioni e senza aggressività, che segue le vicende di Maigret in televisione (Margiotta) e che, in questa atmosfera, avverte, a sua volta, il timore che qualcosa gli stia sfuggendo. Gli sfugge l’enigma di una vita, ma anche quello della sua vita, di quel male di vivere iscritto nell’ esistenza di tutti, come già è tracciato nei codici del tango.

Così siamo tutti lì a giocare con questa materia, con queste canzoni, con questa storia per scoprire il momento che viene prima del “non ritorno”. Siamo lì sul palcoscenico a cercare di non farci sfuggire la vita.

 

Gigi Dall’Aglio

 

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